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L'apprendimento della consapevolezza
per lo sviluppo umano

L’ambiguità dello sviluppo sostenibile


La definizione di sviluppo sostenibile contenuta nel Rapporto Brundtland del 1987 in termini di “soddisfazione dei bisogni della generazione presente senza compromettere quelli della generazione futura”, è stata ampiamente criticata (I.Lippert, 2004; J. Robinson, 2004; S. M. Lélé, 1991; J.M. Harris, 2003). I profili critici riguardano l’ipotesi “Business As Usual” sottostante e la misurazione dello sviluppo in termini monetari. Non mancano le critiche sul piano etico dal momento che si assumono le preferenze delle generazioni successive identiche a quelle della generazione presente. Lo sviluppo sostenibile è stato un concetto portante per gli ultimi trent’anni. Tuttavia una reale transizione verso la sostenibilità non è ancora cominciata secondo Heine e Hirvilammi che nel loro libro Sustainable Development (T. Heine, T. Hirvilammi, 2015) evidenziano i prevalenti imperativi della crescita economica quali fattori che impediscono la transizione verso la sostenibilità umana e ambientale. Secondo questi studiosi, l’obiettivo ultimo dello sviluppo sostenibile, vale a dire il benessere dell’umanità, è stato interpretato esclusivamente in termini economici. Questa posizione raccoglie consensi di gran parte della società civile ed è accompagnata da una analisi politica di Wooltorton e Marinova (S. Wooltorton, D. Marinova, 2006) centrata sull’ontologia relazionale. L’ontologia è lo studio di come si apprende la realtà e la ontologia relazionale, sottolinea la centralità delle relazioni nella comprensione di come si apprende la realtà. Secondo questa prospettiva, gli esseri umani e qualsiasi altra entità oggetto di apprendimento possono essere compresi solo in relazione con gli altri, lungo un continuum di relazioni multualmente costitutive. Come sottolineava Slife, (B. Slife, 2004) l’essenza della realtà è una parte di un più largo insieme relazionale in cui la proprietà di essere nasce dalla relazione con le altre parti. La stessa tensione epistemologica viene alla luce dalla prima domanda che viene rivolta ad uno straniero: da dove vieni? La domanda oltrepassa il bisogno conoscitivo riferito alla città, alla sua latitudine e longitudine e si estende allo stile di vita, alla sua storia e alle sue relazioni. Chi siamo noi, quali sono le nostre storie e il nostro senso di appartenenza sono interrogativi alla base di ogni discorso sulla sostenibilità, come sostengono Slife e Wooltorton. Sono gli stessi interrogativi che avevano spinto il fisico Fritjof Capra a delineare nei suoi libri (F.Capra, La rete della vita, L’anima di Leonardo, La scienza universale, Tra scienza e vita, La scienza della vita) la prospettiva relazionale dell’ecosistema naturale e gli esseri viventi, mettendo in luce il rapporto fondamentale di interdipendenza tra il singolo individuo e il sistema di relazioni in cui è immerso. La somma delle relazioni che legano gli universi naturali, quelli biologici e culturali è, secondo Capra, la rete della vita. Per superare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e la nevrosi causata dal modo di vivere scadenzato dal ritmo della produzione e dei consumi, sempre più accelerato, l’umanità dovrà studiare e comprendere i meccanismi della trama di relazioni che la avvolge e diventare consapevole che la sopravvivenza dipende dalla capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi. L’Human Resource Development Review aveva dedicato un numero speciale sull’etica dello sviluppo (J. L. Callahan, 2013) per evidenziare le finalità ultime che devono dirigere l’azione umana. Questa discussione aveva sensibilizzato ad una diversa ottica dello sviluppo di seguito riportata.