ourcommonemotions

Contatti: +0393484421044

L'apprendimento della consapevolezza
per lo sviluppo umano

Le tappe dello sviluppo sostenibile


Il decennio dello sviluppo sostenibile organizzato dall’Unesco, dal 2005 al 2014, traccia l’evoluzione del concetto di sviluppo sostenibile, ufficialmente riconosciuto nel 1972 con la Conferenza sull’ambiente dell’UNEP. Quella conferenza aveva approvato la Dichiarazione di Stoccolma con la finalità di tutelare l’ambiente e le risorse naturali quale mezzo per lo sviluppo umano (Principio 2) e orientare il modello produttivo all’uso delle risorse rinnovabili (Principio 3). Veniva allora proclamato il 5 Giugno come giornata mondiale per l’ambiente.

L’excursus che segue ha la finalità di ripercorrere le tappe salienti dello sviluppo sostenibile. E’ con la World Commission on Environment and Development del 1987 che veniva coniato il termine Sviluppo Sostenibile per assicurare l’uso delle risorse ambientali da parte della generazione presente e di quelle future.

Il discutibile profilo etico di questa definizione è stato ampiamente messo in luce (Cfr i numeri della rivista International Journal of Green Economics), sia nella relazione mezzo fine tra umanità e ambiente, sia nella forzata ipotesi che le generazioni successive seguano gli stessi obiettivi economici della generazione “presente” (rincorsa illimitata ai beni materiali, unità monetaria quale misura dello sviluppo, liberalismo dei mercati, ruolo della finanza internazionale, etc). Lo sviluppo sostenibile così inteso diventa il principio chiave della Conferenza di Rio de Janeiro del 1992 (UN, 1992).

Il Piano d’azione del 1992 noto come Agenda 21 fornì un insieme comprensivo di principi per assistere i Governi e le altre istituzione nella realizzazione delle politiche e dei programmi di sviluppo sostenibile. E’ in questa occasione che si intrecciano le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile (Economico, Ambientale e Sociale) con i temi più ampi del mandato delle Nazioni Unite come la povertà, l’equità, la qualità della vita,la giustizia sociale.

Gli anni Novanta sono particolarmente interessanti per la transizione verso un nuovo concetto di sviluppo sostenibile, slegato dall’imperativo del libero mercato e più vicino alla tutela dei diritti umani. La Conferenza delle Nazioni Unite del 1993 sui Diritti umani, infatti (World Conference on Human Rights, 1993), la Conferenza sulla Popolazione e Sviluppo (International Conference on Population and Development,1994), le altre Conferenze delle Nazioni Unite (World Summit for Social Development, 1995, Fourth Conference on Women, 1995, Conference on Human Settlements, 1996, World Food Summit, 1996) hanno introdotto grandi innovazioni sullo sviluppo sostenibile allargando l’analisi alla dimensione sociale, a quella sessuata e a quella demografica.

Il Summit del 1995 a Copenhagen, in particolare, riuscì a far convergere il consenso sulla priorità dell’inclusione sociale attraverso l’occupazione e la lotta alla povertà, stabilendo la valutazione dei progressi dopo cinque e 10 anni (il nuovo concetto di integrazione sociale come “society for all” è descritto nel capitolo 4 del Programma d’Azione).

(14-25 June, Vienna) aveva adottato la Dichiarazione di Vienna (/Vienna Declaration, 1993) che tra i 100 punti sui diritti umani riconosceva il diritto dell’autodeterminazione e allo sviluppo inteso nella sua interezza. Nel 2000 venivano approvati gli Obiettivi per il nuovo Millennio (Povertà, Educazione, Genere, Maternità, Mortalità infantile, HIV AIDS, Sostenibilità ambientale e Partnership globale), mentre nel 2002 con il World Summit on Sustainable Development, a Johannesburg, il paradigma dello sviluppo sostenibile fu rafforzato approvando l’interdipendenza dei tre profili dello sviluppo (economico, sociale e ambientale) estendendo la loro applicazione al livello nazionale e locale. Se l’interdipendenza fra povertà, rifiuti, degrado ambientale, decadenza delle aree urbane, salute, violazione dei diritti umani, associata all’interdipendenza fra i profili più generali della sostenibilità, costituiva un avanzamento concettuale e metodologico, più deludenti sono stati i risultati sul piano della policy e sull’applicazione pratica dei principi universali. La Dichiarazione di Johannesburg riuniva i risultati di Stoccolma e Rio lungo una politica di continuità, aggiungendo come parte integrante la Dichiarazione dell’ILO sui Diritti Fondamentali sul lavoro del 1998 (ILO, Geneva, 1998). Per celebrare il 20 anniversario dello Sviluppo Sostenibile, nel 2012 a Rio veniva organizzata la Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo (UN Conference on Environment and Development, 2012) affrontando due temi: la green economy e il quadro istituzionale per lo sviluppo sostenibile. La Conferenza è stata organizzata attorno a 7 aree chiave (Jobs, Energy, Cities, Food, Water, Oceans, Disasters) per inaugurare una nuova generazione di Conferenze Mondiali ispirate al principio dell’integrazione e della multidisciplinarità. Sono stati prodotti molti documenti analitici oltre che sulle aree chiave anche sulla dinamica della popolazione, sull’inclusione sociale e i green jobs, sulla sicurezza alimentare e l’agricoltura sostenibile, sull’acqua, sulla migrazione e lo sviluppo sostenibile, sulla finanza etica e la transizione ala green economy. I risultati della Conferenza di Rio sono stati adottati dall’Assemblea delle Nazioni Unite, qualche mese dopo (Luglio 2012) con la Risoluzione NR 66/288 (The future we want) che presenta l’agenda post 2015 per lo sviluppo sostenibile. Nel 2013 viene pubblicato il Rapporto delle Nazioni Unite sull’agenda per lo sviluppo (UN, A renewed global partnership for development, N.Y. 2013) affiancato dagli indicatori per misurare gli obietti post 2015 (UN, 2013). In Maggio 2015 l’Unione Europea pubblica l’European Report on Development 2015 (EU, 2015) evidenziando il bisogno di integrare l’aspetto finanziario con quello delle policies.

Essendo l’istituzione che contribuisce con la prevalente quota finanziaria alla Post 2015 Agenda, l’Europa presenta la “via europea allo sviluppo” che richiede la valutazione del ruolo della finanza e delle politiche nella realizzazione dell’Agenda per lo sviluppo 2015-2030. Nonostante l’impegno della Comunità Internazionale, in cui l’Europa fa parte, sembra ancora insufficiente la valutazione delle cause che hanno impedito il raggiungimento dei gli obiettivi del Millennio (Millennium Development Goals) e l’insufficiente capacità di imboccare una strada diversa per lo sviluppo. La Conferenza dell’Università di Oxford, organizzata nel Novembre 2014, ha messo in luce i criteri che la Post 2015 Agenda dovrebbe coprire nella prospettiva dei Diritti umani, le sfide per integrare i diritti nell’agenda per lo sviluppo e i metodi per valutare i risultati della Post 2015 Agenda. I risultati di questa Conferenza ripresentano il permanente paradosso fra povertà e sviluppo, bene espresso dal caso della popolazione ancora senza accesso all’energia (2 miliardi) e dall’unico modo di conseguire questo obiettivo attraverso l’uso di energia fossile che avrà un impatto tragico sul cambiamento climatico, con conseguenze devastanti sulla popolazione più povera. I 17 Obiettivi dello sviluppo evidenziano molti altri paradossi, come quello relativo alla lotta alla violenza e al crimine che implicherebbe contrastare con la forza gli stessi governi fanno parte della Comunità internazionale. Oppure la conflittualità degli obiettivi rivolti ai diritti individuali e quelli rivolti ai diritti collettivi. E’ stata messa in luce anche l’insufficienza di una teoria del cambiamento capace di chiarire i vaghi concetti sullo sviluppo presenti nella Post 2015 agenda. Una forte critica è stata anche espressa nei confronti dell’assenza di un approccio valutativo limitato, nella Post 2015 agenda, all’individuazione di indicatori mancanti dei requisiti minimi imposti dalla scienza valutativa. Le critiche espresse includono la rilevanza, la legittimità degli indicatori, la disponibilità di dati, l’accuratezza delle statistiche, l’indipendenza dalla politica, l’equità. 1.7 L’ambiguità dello sviluppo sostenibile La definizione di sviluppo sostenibile contenuta nel Rapporto Brundtland del 1987 in termini di “soddisfazione dei bisogni della generazione presente senza compromettere quelli della generazione futura”, è stata ampiamente criticata (I.Lippert, 2004; J. Robinson, 2004; S. M. Lélé, 1991; J.M. Harris, 2003). I profili critici riguardano l’ipotesi “Business As Usual” sottostante e la misurazione dello sviluppo in termini monetari. Non mancano le critiche sul piano etico dal momento che si assumono le preferenze delle generazioni successive identiche a quelle della generazione presente. Lo sviluppo sostenibile è stato un concetto portante per gli ultimi trent’anni. Tuttavia una reale transizione verso la sostenibilità non è ancora cominciata secondo Heine e Hirvilammi che nel loro libro Sustainable Development (T. Heine, T. Hirvilammi, 2015) evidenziano i prevalenti imperativi della crescita economica quali fattori che impediscono la transizione verso la sostenibilità umana e ambientale. Secondo questi studiosi, l’obiettivo ultimo dello sviluppo sostenibile, vale a dire il benessere dell’umanità, è stato interpretato esclusivamente in termini economici. Questa posizione raccoglie consensi di gran parte della società civile ed è accompagnata da una analisi politica di Wooltorton e Marinova (S. Wooltorton, D. Marinova, 2006) centrata sull’ontologia relazionale. L’ontologia è lo studio di come si apprende la realtà e la ontologia relazionale, sottolinea la centralità delle relazioni nella comprensione di come si apprende la realtà. Secondo questa prospettiva, gli esseri umani e qualsiasi altra entità oggetto di apprendimento possono essere compresi solo in relazione con gli altri, lungo un continuum di relazioni multualmente costitutive. Come sottolineava Slife, (B. Slife, 2004) l’essenza della realtà è una parte di un più largo insieme relazionale in cui la proprietà di essere nasce dalla relazione con le altre parti. La stessa tensione epistemologica viene alla luce dalla prima domanda che viene rivolta ad uno straniero: da dove vieni? La domanda oltrepassa il bisogno conoscitivo riferito alla città, alla sua latitudine e longitudine e si estende allo stile di vita, alla sua storia e alle sue relazioni. Chi siamo noi, quali sono le nostre storie e il nostro senso di appartenenza sono interrogativi alla base di ogni discorso sulla sostenibilità, come sostengono Slife e Wooltorton. Sono gli stessi interrogativi che avevano spinto il fisico Fritjof Capra a delineare nei suoi libri (F.Capra, La rete della vita, L’anima di Leonardo, La scienza universale, Tra scienza e vita, La scienza della vita) la prospettiva relazionale dell’ecosistema naturale e gli esseri viventi, mettendo in luce il rapporto fondamentale di interdipendenza tra il singolo individuo e il sistema di relazioni in cui è immerso. La somma delle relazioni che legano gli universi naturali, quelli biologici e culturali è, secondo Capra, la rete della vita. Per superare lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali e la nevrosi causata dal modo di vivere scadenzato dal ritmo della produzione e dei consumi, sempre più accelerato, l’umanità dovrà studiare e comprendere i meccanismi della trama di relazioni che la avvolge e diventare consapevole che la sopravvivenza dipende dalla capacità di comprendere i principi dell’ecologia e di vivere in conformità con essi. L’Human Resource Development Review aveva dedicato un numero speciale sull’etica dello sviluppo (J. L. Callahan, 2013) per evidenziare le finalità ultime che devono dirigere l’azione umana. Questa discussione aveva sensibilizzato ad una diversa ottica dello sviluppo di seguito riportata. 1.8 La definizione di sostenibilità umana Potrà sorprendere che la definizione di sostenibilità umana venga da una agenzia delle Nazioni Unire che si occupa di finanza. Robert Goodland della World Bank (R. Goodland, 2002), infatti, precisa la differenza fra sostenibilità umana, sociale, economica e ambientale avviando il lento progresso verso la ridefinizione di sostenibilità definitivamente approvata dalle Nazioni Unite nel 2011 (UN, 2011). La sostenibilità umana significa mantenere il capitale umano (human capital) che viene definito come il bene dell’individuo dettagliato in termini di salute, nutrizione, educazione, conoscenza e accesso ai servizi necessari al bene individuale lungo tutto l’arco della vita. Anche la sostenibilità sociale viene definita come “mantenimento” del capitale sociale che è definito come l’insieme di investimenti e servizi necessari per la vita collettiva. Un società civile forte e una partecipazione alla vita sociale e politica, la coesione comunitaria e il collegamento tra i diversi gruppi sociali e il mutuo rispetto e reciprocità, sono sono considerati gli elementi fondativi del capitale sociale. In queste definizioni emerge il termine “capitale” che mostra l’uso linguistico nato all’interno della cultura economica che ha orientato la nascita e l’evoluzione del concetto di sostenibilità all’interno della famiglia UN. La definizione si colloca all’interno del concetto di sviluppo umano introdotto nel 1990 come aggregazione dei tre profili considerati essenziali, come la salute, la conoscenza e l’accesso alla risorse naturali, con uno spostamento di accento dall’accesso alle risorse naturali all’accesso alla salute e alla conoscenza. 1.9 La nuova interpretazione di sviluppo sostenibile John Elkington che aveva coniato, negli anni Ottanta, il termine Triple Bottom Line (TBL)(J.Elkington, 1987) per evidenziare il bisogno di considerare le tre P (People, Planet, Profit) nella modellistica economica. Nella contabilità industriale, il termine “bottom line” si riferisce al saldo tra profitti e perdite che, generalmente equivale all’ultima riga del foglio contabile. Lungo 50 anni, i sostenitori della giustizia sociale hanno cercato (invano) di introdurre il concetto di Full Cost Accounting (FCA) o True Cost Accouunting (TCA) per includere nella contabilità industriale i costi generati dalla produzione industriale sia sui lavoratori sia sull’ambiente. Nel caso di un’impresa che produce un alto profitto ma che genera rifiuti tossici e causa danni alla salute dei lavoratori per la tossicità dei processi produttivi, questi costi, sociali (riduzione anni di vita) e ambientali (inquinamento) dovrebbero essere inclusi nelle contabilità industriale. In breve, dovrebbero essere aggiunte altre due Bottom lines (una per i costi sociali e una per i costi ambientali). Coniando le tre P (People, Planet, Profit), Elkington riuscì a diffondere il concetto di sostenibilità, economica, sociale e ambientale, adottata poi nel Rapporto Brundtland. La prima P (People) riguarda la struttura sociale dell’impresa e il benessere da questa generato, non solo in termini salariali ma anche in termini di qualità del lavoro. Questo filone genererà poi il concetto di Corporate Social Rersponsibility. La seconda P (Planet) ha per oggetto le risorse naturali che entrano ed escono dal processo produttivo. Questa seconda P di planet chiama in causa l’impronta ecologica, la misura del consumo di risorse naturali, calcolato in quantità di superficie terrestre necessaria per rigenerare le risorse usate nel processo produttivo. L’idea genererà poi il Life Cycle Assessment e quello che viene chiamato cradle to grave analysis (dai materiali grezzi alle discariche attraverso il ciclo produttivo). La terza P di Profit corrisponde alla misurazione tradizionale di profitto in termini monetari (differenza fra costi e guadagni, assunto che l’impresa sia finanziariamente in salute, senza perdite). Le tre P o il TBL acronimo è alla base del concetto di Sviluppo Sostenibile approvato dalla World Commission on Environment and Development, comunemente conosciuto come l’interdipendenza tra sostenibilità economica, sociale e ambientale. Nel 2011, l’United Nations University pubblica Sustainability Science, A multidisciplinary approach, dove modifica le tre aree delle sostenibilità, marginalmente dal punto di vista terminologico ma radicalmente dal punto di vista sostanziale. Innanzitutto, le tre aree vengono chiarite non in termini della loro funzione (economica, sociale o ambientale), bensì nella loro interazione sistemica. Il sistema globale comprende la geosfera, l’atmosfera, l’idrosfera e la biosfera. La terra sostiene la vita umana fornendo le risorse naturali, l’energia e gli ecosistemi. Al tempo stesso l’attività umana interviene cambiando i sottosistemi e il sistema globale. Il sistema sociale, a sua volta, comprende il sistema economico, il sistema industriale, quello politico, le strutture istituzionale e le altre strutture sociali. E’ a questo livello che si incontrano le interdipendenze tra attività umana e utilizzo delle risorse naturali provenienti dal sistema globale. L’aumento del tasso di natalità, a sua volta, elemento del sistema sociale, comporta un impatto sull’uso delle risorse. E via discorrendo. Al centro del sistema sociale vi è la famiglia la cui struttura incide sull’equilibrio dell’intero sistema sociale. Infine, vi è il sistema umano che comprende tutti gli elementi che interessano la sopravvivenza degli esseri umani. Il funzionamento salutare del sistema umano richiede l’adozione di stili di vita, di norme e valori che creano le condizioni per vivere in salute e in sicurezza. Le interdipendenze con il sistema sociale sono intuibili, perchè le ineguaglianze generano malattie e l’indebolimento delle condizioni per la sostenibilità umana. Ogni fattore del sistema sociale, religioso, demografico, culturale influisce sulla salute e sul sistema umano. Si pensi alla povertà e allo stress che si riferiscono a profili diversi ma comportano un impatto simile sulla salute. La scienza della sostenibilità studia le molteplici interdipendenze fra i tre sistemi: fra il sistema sociale e il sistema globale (Inquinamento), fra il sistema globale e il sistema umano (disastri naturali) e le interdipendenze fra il sistema sociale e il sistema umano (rifiuti). Le interdipendenze generano una domanda di politiche pubbliche riferite a una società con una basa impronta ecologica, alla sicurezza ambientale e alla produzione e consumo sostenibili. L’importanza di questa pubblicazione UN riguarda l’impatto di queste interdipendenze sulla produzione della conoscenza che richiede team multidisciplinari in ogni attività umana per raggiungere sia la sostenibilità ambientale sia quella umana e sociale.